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La produzione di Pece e Deda nei boschi di Policastro

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Il bosco fu per secoli la fonte primaria per la vita delle popolazioni medievali. Anche quando l’espansione delle colture - principalmente la cerealicoltura -  raggiunse in pianura un certo sviluppo rispetto alle epoche più antiche, i boschi continuarono a costituire un elemento fondamentale del territorio, offrendo una miriade di prodotti e di opportunità indispensabili all’uomo medievale.
Tra le numerose attività svolte dall’uomo nei boschi della Sila durante il medioevo, una notevole importanza ebbe quella dei “piciari”: gli uomini impegnati alla produzione della pece nelle pinete primigenie che ricoprivano l’altopiano silano.
L’importanza dei boschi e della pece silani sono evidenziate da Dionigi di Alicarnasso (20, 15, 5-6), da Plinio (Naturalis Historia, III), da Cicerone (Brutus, XXII, 85-88) e da Strabone (VI, 1, 9) il quale, in riferimento al territorio dei Bruzi, afferma che qui si trovava “quella foresta che chiamano Sila (Σίλαν), che produce la pece migliore che si conosca, detta pece brettia (πίτταν Βρεττίαν)”.

Il mito del fuoco

L’antichità e l’importanza di questa produzione, oltre ad essere evidenziate dagli storici dell’epoca romana, sono sottolineate dal panorama mitico che, con il sopraggiungere del Cristianesimo, accompagnò il lavoro degli uomini addetti ai forni della pece, come evidenzia la leggenda dei “Trium Puerorum”, i tre fanciulli ebrei scampati al fuoco della loro fornace grazie all’intervento salvifico di Dio.
Sotto il titolo dei “Tre Fanciulli” sono ricordati ben due antichi monasteri greci posti alle pendici dell’altipiano silano che in seguito, agli inizi del secolo XIII, passeranno entrambi all’ordine Florense. Il primo, in territorio di Barbaro e diocesi di Catanzaro, che passò alle dipendenze del monastero di “S. Maria di Acquaviva o Monacaria” in territorio di Zagarise e l’altro, in territorio di Caccuri che diverrà il monastero di S. Maria “Nuova” (Russo F., Storia della Chiesa in Calabria, II p. 415-416).
Tale riferimento mitico sottolinea con quale animo i lavoratori della pece si rapportassero al fuoco, principale strumento del loro lavoro ma, allo stesso tempo, temibilissimo pericolo.
Un pericolo sempre in agguato, contro il quale le deboli forze dell’uomo nulla potevano rapportate alla sua furia distruttrice. Un pericolo che poteva essere scongiurato solo attraverso l’intercessione di una divinità, alla quale andavano indirizzate le preghiere e le offerte degli uomini: un rito che giustificò il sorgere di un ambito sacro che, in epoca medievale, vedrà la presenza dei monasteri.Nell’antichità, comunque, il pericolo di un incendio nefasto non gravava solo sui luoghi del lavoro in montagna, ma anche su quelli domestici.
Questi ultimi erano particolarmente esposti in relazione al largo utilizzo di un altro prodotto fornito dalle pinete silane: la “deda”, il legname resinoso del pino ampiamente utilizzato per l’illuminazione delle case.
Tale impiego è evidenziato dal padre Mannarino nella sua settecentesca “Cronica” di Policastro dove egli sottolinea, accanto all’importanza economica delle pinete, i pericoli derivanti dall’uso di questo prodotto:
(…) “che il fuoco divoratore, è stato quello, che infinite volte à incenerito Palaggi e Case private coll’uso della luce del legno detto Pino, (che è) la gran Pece Greca che dalle sue viscere distilla onde cola così perfetisima nella nostra Padria, che più di tutti ne ab(bond)a (a paragone de) i Paesi confinanti essendo un Capitale d’industria à Poveri Paisani.” (…) (Mannarino F.A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723).

In demanio silano

Durante il Medioevo la pece fu prodotta in Sila nell’ambito del demanio regio, dove si estendevano le grandi pinete che, oltre alla pece, fornivano al sovrano il loro prezioso legname, particolarmente adatto nella cantieristica navale e nella carpenteria dei grandi lavori di costruzione.  
Essendo lo sfruttamento di questi boschi una prerogativa esclusiva del re, la produzione della pece in Sila fu gestita da questi attraverso la concessione di vasti tenimenti alle grandi abbazie, come avvenne nel caso dei Florensi di S. Giovanni in Fiore, il cui abate risultava in possesso del diritto di “esigere il ius dalle forna che fanno la pece nella sila territorio di detta abbatia” (Arch. di Stato Napoli, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Inventario).
Il diritto dei Florensi fu però spesso contrastato, mentre nei loro confronti si accesero numerose liti e lunghe controversie giudiziarie che, già nei primi anni di vita dell’abazia, coinvolsero sia il monastero greco dei “Trium Puerorum” di Caccuri che i feudatari di Policastro.
A tale riguardo si riferiscono gli interventi relativi agli inizi del secolo XIII da parte dell’imperatore Federico II in favore dei Florensi, riportati in alcuni documenti:
“Privileg. Friderici Rom. Imp. super prohibitione faciendi di furnos picis, fractas et venationes in territ., absq. licentia Abb. Floren. datu Messanae XIII Junii Indi. VIII.”
“Privileg. Friderici Rom. Imp. super confirmatione privilegior. unus quod aurea bulla munitum, et alterius quod sigillo cereo roboratu erat, et super confirmatione, et nova concessione omnium bonorum. Item venationis, piscationis et furnor. et quoad forum sit concessum Abbati in aebus excessibus qui infra fines committuntur. praeterquam in homicidiis et membrorum mutilatione. Anno 1221.” (Siberene, L’inventario del Monastero Florense, p. 226).
Tali interventi si erano resi necessari in relazione ai soprusi e alle numerose usurpazioni rese possibili dall’approssimazione dei confini montani.
Sempre per quanto riguarda il territorio policastrese, ne sono esempio le rimostranze dell’abate florense Matteo “il quale aveva denunciato l’insediamento di un ovile nei pascoli silani donati al monastero dall’arcivescovo di Santa Severina ad opera di Simone di Policastro” (Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, s.n. 1998, p. 22-26).
In tale occasione il monastero di S. Giovanni in Fiore, forte del mandato di Federico II, rivendicò innanzi ai giudici il riconoscimento dei propri possedimenti indebitamente invasi dal feudatario di Policastro Simone che, a sua volta, evidentemente, poteva far forza sul fatto d’essere fratello del vescovo di Catanzaro e zio di Alessandro, giustiziere imperiale di Calabria e Terra Giordana.
La rivendicazione dell’abate ebbe soddisfazione attraverso una sentenza favorevole, ma anche successivamente i monaci ebbero modo di dimostrare che sapevano ben farsi rispettare, quando erano contrapposti ad altri uomini potenti di quei tempi.
Ciò avvenne in occasione della lunga lite che, attorno alla metà del Duecento, oppose per più di un ventennio il monastero florense ed i conti di Catanzaro in merito al “tenimentum quoddam terrarum sylvestrium et culturum nemorum, sitam in dicto loco, qui dicitur Ampulinus”, che si trovava nei pressi degli odierni confini dei comuni di Cotronei e S. Giovanni in Fiore.
I monaci rivendicavano il tenimento nelle pertinenze della “Sylae de Cusentia”, opponendosi ai conti di Catanzaro che, invece, lo volevano ricadente nel territorio del loro feudo di Policastro.
Il conte, infatti, molestando il monastero, non permetteva all’abbate di affittare i pascoli e di percepire la fida, nè di pascolarli con i propri animali che erano stati imprigionati dai suoi uomini. Egli, inoltre, era intervenuto sempre ai danni del monastero “prohibendo magistris furnorum picis existentium in tenimento ipso” (De Leo P., a cura di, Documenti Florensi p.146-147 e sgg., Ed. Rubbettino 2001).
Con l’avvento degli angioini sul trono di Napoli, la questione si trovava ancora all’attenzione dei giudici della regia curia. A questo punto, dopo una nuova sentenza sfavorevole e preso definitivamente atto della situazione, il 2 Marzo 1278 in Crotone, “Petrus Ruffus de Calabria Dei et regia gratia comes Catanzarii”, riconosceva i diritti del monastero di S. Giovanni in Fiore a riguardo del tenimento di “Ampulinus”, rinunciando ad ogni pretesa (ibidem, p.155-160).
La conclusione di questa come di altre vicende agitate nei tribunali, non determinò, comunque, l’arrestarsi delle usurpazioni né, tantomeno, il protrarsi delle liti giudiziarie, tanto che nel 1333 il re Roberto d’Angiò doveva intervenire cercando di fissare una volta per tutte i confini della Regia Sila, ma la questione generale di ardua soluzione, continuò a perdurare, consentendo la progressiva erosione del demanio regio.
A testimonianza di questo stato di perenne conflitto tra opposti interessi sostenuti con ogni mezzo, possiamo rilevare come, leggendo l’editto del re Roberto d’Angiò del 24 dicembre 1333, ed equivocando sul nome dei luoghi, i policastresi rilevassero il confine del loro territorio, da “Pietra scritta” fino a “Pietra mirta” (o della mortella) mentre, invece, il baglivo di Cosenza lo riconosceva a “Pietra irta” (Sisca D., cit., p. 137-138).
Nello stesso editto rileviamo che, all’interno del “tenimentum Cusentiae in quo est Sila”, dove il “monastero Floris habet quondam tenimentum, datum sibi per quondam illustrissimus Enricum VI”, la regia curia deteneva i diritti relativi alla produzione della pece del cui pagamento erano esentati gli abitanti di Cosenza e dei suoi casali: “Infra quod tenimentum Silae, Curia nostra habet jus plateatici, erbagii, affidature animalium extraneorum, glandacii et jus picis, exceptis hominibus Cusentiae e Casalium suorum, qui ad nihil pro dicta solutione tenentur.” (Meluso S., La Sila e la sua Gente, I p. 48).

Pece bianca e pece nera
Se i confini silani gradatamente cambieranno e cambierà progressivamente anche il paesaggio silano, dove gli estesi disboscamenti condurranno nel Settecento a gravi ripercussioni ambientali nella vallata del Tacina (Pesavento A., Il lino e l’inquinamento del fiume Tacina, in La Provincia KR  nr. 1-2 2005), ciò che invece restò immutabile nel tempo fu il lavoro degli uomini: i boscaioli, porcari, cesinari, pecorari, cacciatori, carbonari e, tra di loro, i piciari che, ancora nel secolo scorso, come i loro antichissimi predecessori, continuavano ad essere impegnati nei gesti di sempre.
Il loro lavoro iniziava nell’autunno, prima che sopraggiungessero i rigori invernali, quando si incidevano in maniera caratteristica i tronchi dei pini. Con l’inizio del periodo primaverile e la ripresa vegetativa, dalle incisioni cominciava a fuoruscire la trementina liquida, destinata a rapprendersi a contatto con l’aria. Questa si raccoglieva periodicamente per tutta l’estate, e dopo essere stata riscaldata in una caldaia di rame (caccavo) e distillata, consentiva di ottenere la cosiddetta “pece bianca”.
L’ottenimento della “pece nera” seguiva invece un procedimento che prevedeva l’allestimento di “Forni” somiglianti alle cataste di legname costruite per la produzione del carbone, nei quali si cuoceva il legno dei pini assieme ad altri residui resinosi.
Così ancora agli inizi dell’Ottocento si otteneva questo prodotto:
“Questa materia si prepara colla combustione quasi spenta di diversi avanzi resinosi provenienti dalla preparazione della pece bianca e di altre simili materie. Adoprasi a tal uso anche pezzi di pino e di abete, i feltri di paglia impregnati di resina, ec. Tutte queste sostanze si ammucchiano in un forno del diametro di 6 a 7 piedi, e di 8 a 9 di altezza; accendesi il mucchio superiormente, e il fuoco si comunica, e liquefa la trementina, decompone in parte il legno e la resina, produce dell’acido acetico, un olio pirogenato di resina, dell’acqua ec. Queste materie colano insieme, per un canale seccato alla parte inferiore del forno, in un recipiente di legno; in questo, parte dell’acido acetico acquoso formatosi si separa per decantazione. Compiesi la preparazione della pece, concentrandola in una caldaia di ghisa fino alla consistenza voluta” (Nuovo Dizionario Universale tecnologico di arti e mestieri …, 1833 p. 424).
Tale procedimento ricalca quello descrittoci anticamente da Plinio, che evidenzia alcuni impieghi dei prodotti ottenuti:
“La pece liquida, che serve per tenere stagne le costruzioni navali e per molti impieghi, e che in Europa si ottiene per cottura: il legno, fatto a pezzi, si mette a scaldare in fornaci con il fuoco acceso tutt’intorno, all’esterno; un primo liquido cola come acqua da un canale e ha proprietà così efficaci che in Egitto ne cospargono le salme per imbalsamarle. Il liquido che cola dopo questo è più denso e fornisce la pece liquida che, versata in caldaie di bronzo, viene fatta addensare, usando l’aceto come coagulante, e prende il nome di pece bruzia, adatta solo per sigillare le botti ed altri recipienti del genere; differisce dall’altra pece sia per la sua viscosità, sia per il colore rossiccio, sia per il grasso che contiene in misura superiore agli altri tipi. Questi ultimi si ottengono dalla resina della Picea che viene raccolta per mezzo di pietre roventi, in contenitori di rovere resistente, oppure, in mancanza di recipienti, facendo una catasta di rami, come per la preparazione del carbone. Questa è la resina che si aggiunge al vino dopo averla ridotta in polvere, è di colore scuro; se si fa bollire piano e si passa al setaccio, si ammorbidisce, prende un colore rosso e viene detta resina in gocce; generalmente per questa preparazione si mettono da parte gli scarti della resina e la scorza” (Pino Laricio e Pece Bruzia, Realizzazione di un Centro Visite, scheda progetto n. 82, www.officinaecologica.it ).
L’uso della pece come medicamento appare documentato a Crotone alla metà del Settecento quando, nell’inventario delle “Droghe, e Composte” riposte nei “Vasi” esisitenti all’interno della spezieria dell’ospedale del convento di S. Giovanni di Dio, figurano “Pece greca Lib. 2” e “Pece nera Lib. 1” (Arch. di Stato Catanzaro, C. 914, F. 1756, ff. 98-100).

I forni
Il procedimento per la produzione della pece, rimarrà pressoché inalterato nella sua arcaicità fino ai giorni nostri, quando, ormai completamente tramontato nei boschi della Sila, si rinviene in alcune regioni del nord Europa dove ancora oggi è possibile vedere in esercizio le precarie strutture temporanee destinate ad ospitare i lavoratori dei forni.
La precarietà del “piciaro” e dei suoi strumenti di lavoro, risaltano attraverso un atto del notaro Santo de Marco di Pedace datato 15 luglio 1714 in S. Giovanni in Fiore, dal quale ricaviamo alcuni elementi interessanti che illustrano la sua attività:
Tale documento si riferisce al “forno del Pineto territorio di Misuraca” appartenente a Nicola Cattaneo di Napoli che, nello stesso anno deteneva in fitto anche il territorio di Macinello in Policastro per lo stesso uso (Valente G., La Sila dalla Transazione alla Riforma 1687-1950, p. 216 n. 305).
Nel forno del Pineto, su disposizione del procuratore del Cattaneo, si trovava a quel tempo mastro Angelo Guzzo di Miglierina con una “squadra” composta da 15 uomini, numero evidentemente sufficiente per compiere tutte le operazioni previste dal ciclo produttivo.
Nel forno si trovava anche Mastro Matteo Jaconis di S. Giovanni in Fiore “ritrovandosi barrilaro facendo barrili”, presente sul posto allo scopo di realizzare i recipienti necessari nei quali poter raccogliere e trasportare la pece prodotta.
Dal documento apprendiamo che la squadra aveva lavorato nel forno per 17 giorni, soggiornando in una “Baracca per dove dovevano dormire”, la quale era stata costruita nelle due settimane precedenti all’arrivo degli uomini della squadra da due loro compagni che, in questo lasso di tempo, avevano predisposto tutto il necessario.
I due avevano lavorato “per fare tutti li materiali e legname che bisognavano per la fabrica del forno”, nella realizzazione di un orto destinato a fornire il necessario alimento per tutti i lavoranti “e quello chiusero e fecero tutti li legnami e lo zapporno”, “ed anco fecero tutti li materiali per la baracca e stalla” al fine di ospitare anche gli asini: i “bagagli” che sarebbero stati poi utilizzati “alla condotta delli materiali per servitio di far la pece” cioè “la legname della quale nasce detta pece” (Valente G., cit., p. 405-407).

Commercio ed esportazione
In relazione ai suoi molteplici impieghi, la pece fu per il territorio crotonese, un prodotto di notevole interesse economico. Un interesse motivato, non solo dall’uso locale ma, sopratutto, dal fatto che, assieme al legname (tabulas, trabes), la pece rappresentava una merce destinata principalmente ad essere esportata.
Ciò rende conto dell’antica importanza della “viam que solebat ire homines Mesorace ad terras Castellorum et ad turris Tacine” (Pratesi A., Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini, 1958 pp. 335-339) e sottolinea il ruolo e l’importanza che gli scali portuali di Le Castella e Tacina ebbero durante il medioevo.
A favore di questo commercio giovava anche il fatto che sia la pece che la deda, erano merci facilmente movimentabili utilizzando barili trasportati da carovane di asini. Nei primi anni del Cinquecento, ad esempio, la “deda” riposta in “Barilium”, risulta nel novero delle merci che giungevano abitualmente a Castellorum Maris e che, relativamente al diritto di dogana, pagavano al baiulo di quella terra grana due per ogni “bestia portante unam summam”.
La deda era anche soggetta al pagamento del diritto di catapania, relativamente al quale il baiulo di Le Castella esigeva un mazzo (“fasciculum”) del valore di un tornese dividendo a metà l’introito con il sindaco (Arch. Vescovile di Crotone, Reintegra di Andrea Carrafa del feudo di Castellorum Maris, 1518 ff. 18r e sgg.).
Ancora alla metà del Settecento, la richiesta locale di barili giustificava la presenza in Policastro di ben otto mastri barilari che con la loro attività, oltre a fornire i recipienti per altri usi, assicuravano anche quelli necessari al trasporto della pece.
Attraverso le informazioni del catasto onciario di Policastro (Arch. di Stato Napoli, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991), apprendiamo che quest’arte era esercitata pricipalmente dai componenti della famiglia Mannarino, anche se si segnalano impegnati nel lavoro di “barilari” pure alcuni membri della famiglia Comberiati o Commeriati.
Sfogliando le rivele troviamo Giovanni Mannarino mastro barilaro di anni 60 con il figlio Vincenzo di anni 27 anch’egli mastro barilaro, accanto agli altri mastri barilari Giuseppe Mannarino di anni 50, Andrea Mannarino di anni 45, Antonino Mannarino detto “Arianca” di anni 43 e Domenico Mannarino di anni 42. Accanto a loro figurano poi i mastri barilari Gaetano Comberiati di anni 30 e Bruno Comberiati di anni 25.

Il fundaco di Crotone
In qualità di merce prodotta nell’ambito del demanio regio e destinata principalmente ad essere esportata, la pece risulta presente tra i prodotti in transito nel fundaco di Crotone e nel porto della città. Ciò appare già documentato in periodo aragonese, quando la ritroviamo presso il “fundico Cotroni” nel distretto del quale, ricadeva anche Policastro.
Lo sfruttamento delle foreste silane per la produzione della pece era affidato dal re in concessione ad un privato (arrendatore) che, da solo o in società con altri, s’impegnava ad estrarla conferendo il prodotto ad un prezzo prefissato presso il magazzino regio (fundaco) dove poi si effettuava la vendita.
Nel “Quaternus rationis Petri Dorta R. Magistri Secreti, Mag. Portulani et Mag. Salis … In Provincia Ducatus Calabrie Citra et Ultra” relativo al periodo a cavallo degli anni 1451 e 1452, è registrato l’introito di cantara 55 e rotola 36 di “picem” da parte di Nicholaum Canagroy che l’aveva acquistata da Spiritu Messiano de Policastro al prezzo di “tarenos tres pro cantario” pagando once 5, tari 15 e grana 18 ½.
Dalle registrazioni riportate nel medesimo quaderno dei conti, apprendiamo che, nello stesso periodo, il Canagroy aveva provveduto a vendere una parte di questo quantitativo, cantara 24 e rotola 43, al doppio del suo prezzo di acquisto (tarenos sex pro cantaro), incassando dalla vendita once 3, tari 25 e grana 13 (Fonti Aragonesi V, p. 46-49).
Il Misiano che compare nel documento citato, si ritrova in questo periodo anche in occasione della concessione regia, riguardante i tenimenti di Verde e di Pantano in territorio di Santa Severina, cosa che consentiva alla corona di introitare la somma di ducati 120, come “risulta da due pagine di un perduto registro della Secrezia di Calabria, trascitte dal Pontieri” (Sisca D., cit., p. 118-119 che cita Pontieri E., La Calabria nella metà del sec. XV e la rivolta di Antonio Centelles, Napoli 1963, pagg. 146-280).
Come dovevasi ritrovare anche nei capitoli concessi ai policastresi dal re Ferdinando il 28 ottobre 1468, la concessione regia, oltre a prevedere le modalità relative allo sfruttamento delle risorse, riguardava anche la giurisdizione esercitata dagli arrendatori sugli uomini che svolgevano il loro lavoro nei boschi silani, determinando conflitti di competenza tra questi e gli ufficiali dei luoghi di origine dei lavoratori.
In merito al sorgere di tali questioni, troviamo un decreto datato in Capua il 16 dicembre 1489, attraverso il quale il re ordinava al vicere di Calabria Luigi de Lullis, e a tutti i suoi ufficiali nonché al capitano di Policastro, di riconoscere a Daniele Uvis e agli altri soci arrendatori della pece, di esercitare la giustizia civile e criminale sui loro dipendenti, secondo i capitoli anteriormente concessi (Sisca D., cit., p. 119 che cita Mazzoleni I., Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Archivio di Stato, Napoli 1951, Privilegiorum I a VII n. 569.).

La fabbrica di Cotrone
Anche se l’uso della pece a Crotone risulta comunque documentato durante il Cinquecento, dove si ritrova in un atto del 1594 che riporta le spese sostenute da Jo : Mutio Susanna alla data del 3 maggio 1592 (Arch. di Stato Catanzaro, C. 49, F. 1594, ff. 222-236), il suo largo impiego risulta particolarmente evidente in occasione della costruzione delle nuove fortificazioni della città e del castello di Crotone, quando compare tra i materiali continuamente acquistati durante tutto il periodo d’esecuzione dei lavori.  
In tale occasione risultano da parte della regia corte, anche alcuni acquisti di deda, il cui uso era legato all’illuminazione dei luoghi in occasione del lavoro notturno e in condizioni di oscurità.
A cominciare dalla metà di luglio e fino a quella di ottobre 1541, la “frabica de Cotrone”, attraverso il suo “monittionero” Aurelio de Ancona, si approvvigionò della “deda” fornita dal crotonese Berardino Armingari e da Bellisario de Gallipoli, in maniera da consentire che fosse illuminato lo scavo di fondazione del baluardo Petro Nigro dove, mediante una “trumba”, i manipoli erano impegnati nottetempo a togliere l’acqua del mare, cosi da consentire alle maestranze di proseguire nell’edificazione durante il giorno (Arch. di Stato Napoli, Fs.196 fslo 6, ff. 27, 31, 55, 61 e 98).
Il 5.03.1542 si pagano grana 2 a “Vito la rotunda de Cotroni per deda servio alli marinarj quando andaro con lo barconj ad lo petraro per Carricare la calce jn tempo de nocte” (ibidem, Fs.196 fslo 6, f. 201v).
Nel mese di dicembre 1541 Petro Jacomino de Cotroni forniva “deda et candili de sivo servero alle grutte de petro nig.o et de quellj de bap.o liunj ad Cavare la petra dentro de dittj gruttj” (ibidem, Fs. 196 fslo 6, f. 150) mentre, nell’aprile dell’anno dopo, in occasione del protrarsi dei lavori di costruzione anche di notte, lo stesso Pietro forniva la deda per illuminare i luoghi delle fosse dove “se mina la calce” (ibidem, Fs. 196 fslo 5, ff. 12 e 24v; fslo 6, ff. 236 e 251v).
Nel mese di novembre dell’anno successivo, ancora Pietro Jacomino forniva la deda necessaria per illuminare “dent.o lo cavamento dela spica delo spontoni ditto villa franca” dove si lavorava di notte a togliere l’acqua del mare per “possirse de pedamentare” (ibidem, Fs. 196 fslo 5, f. 174). Il 27.02.1547 si pagavano grana 5 a “pet.o jacomino de Cotroni” “per lo preczo de duj asschie de deda” (ibidem, Fs. 197 fslo 2, f. 283v).

I calafati
Seppure la pece rappresentò un prodotto di molteplice impiego, usato come materiale incendiario nella formulazione del famoso “fuoco greco”, come medicamento o in altre numerose preparazioni, esso, comunque, trovò sicuramente il suo più largo impiego nel campo navale e, più in generale, in quello dell’impermeabilizzazione dei manufatti.
Ce ne rimane esempio nei “quaterni” redatti durante i lavori della “frabica de Cotrone”, dove possiamo rilevare un approvvigionamento continuo di pece da parte della regia corte, in particolare durante il corso dei lavori di costruzione delle imbarcazioni che furono usate per il trasporto di pietra, cantoni ed altri materiali dai luoghi vicini.
A partire dalla metà di giugno del 1541, troviamo “vincezio badolatj m.o Calafato” e “m.o Minico scavello de Cotrone Calafato”, aiutati da “salvatorj czagarella de Cotrone”, impegnati a calafatare il “barconj” della regia corte, per la qualcosa, analogamente alle altre maestranze, risultano retribuiti giornalmente per il loro lavoro in ragione di tari 1 ognuno i due mastri e della metà (grana 10) lo Zagarella (Arch. di Stato Napoli, Fs. 196 fslo 6, f. 20v).
Accanto a tale impiego le stesse maestranze, a volte indicate genericamente solo come “mastri de axa”, risultano impegnate nei mesi di luglio ed agosto a calafatare “li trunbj”, mediante le quali si toglieva l’acqua del mare dallo scavo di fondazione del baluardo Petro Nigro  (ibidem, Fs. 196 fslo 6, ff. 24, 34v, 55, ).
Per la realizzazione di tutte queste opere che proseguiranno nei primi mesi del 1542, risultano gli acquisti della “piche” necessaria “per jnpiculare li Carinj de Curvami dela barca nova” effettuati presso il “Regio fundaco de Cotroni” retto dal “fundachiero” napoletano Pietro Saporta, insieme a tutto il necessario per le operazioni di calafataggio.
Queste erano realizzate attraverso l’introduzione di “stuppa”, mediante battitura con un caratteristico maglio, nelle fessure esistenti tra le tavole di fasciame dello scafo. Successivamente, si applicava la pece fatta scaldare in una caldaia, usando come pennello un bastone di legno, alla cui estremità era stata applicata una pelle lanosa di  pecora, allo scopo di evitare che questo bruciasse una volta immerso nella pece calda.
Si pagano così grana 5 ad  “Antonello maczitella de Cotroni per una pignata de crita per cochire la piche” (ibidem, Fs. 196 fslo 6, f. 85 ), grana 3 a “Donatu de simunj de pulic.o per una pelle pilusa servio per lo scupulo per jmpiculare lo scifo del barcone” (ibidem, Fs. 196 fslo 6, f. 144) e tari 1 a “Franc.o di czarnica lonbardo per lo alloherio de uno caldarotto per cochere la pice per jmpiculare dectj barcone et barca” (ibidem, Fs. 196 fslo 6, f. 218v).
In considerazione del fatto che prima di stendere la pece le operazioni di calafataggio prevedevano che il legname dello scafo fosse temprato alla fiamma, si pagavano tari 2 a Nardo Zagarise di Crotone ed altrettanti a Masi Risitano di Crotone, in ragione di aver portato ognuno “una Carrata de ymnostra siccata per dare la brusca allo barcone” (ibidem, Fs. 196 fslo 6, f. 196).
Il lavoro dei calafati proseguirà ad “jmpiculare li Carinj dele barchj” durante i mesi successivi, come proseguiranno da parte della regia corte, gli acquisti necessari.
Il 24.06.1542. si pagavano grana 3 a “pet.o Jacomino de Cotroni p(er) una pelle p(er) fare la scupula p(er) jnpiculare le barche nove se fanno” (ibidem, Fs. 196 fslo 4, f. 69; fslo 6, f. 334), mentre lo stesso giorno si retribuiva con ducati 1.2.10 “mastro Minico scavello de Cotroni per rotola 15 de stuppa servio per la barca” (ibidem, Fs. 196 fslo 6, f. 334).
Il 26.06.1542 si pagavano a “Marco riczo de neapoli per lo alloherio de una Caldara de Cochere piche per jornj quindichj per ser.o per le barche nove se fanno al presentj” (ibidem, Fs. 196 fslo 5 f. 91; fslo 6, f. 334). Il 15.07.1542 si pagavano grana 3 a “mast.o minico scavello de Cotroni per una pelle pilusa montonina consig.ta al ditto per fare schupuli de piche per le ditte barche” (ibidem, Fs. 196 fslo 5 f. 104).
A cominciare dagli inizi del mese di agosto, mentre i mastri si trovavano all’opera per calafatare la “4.a barca” (ibidem, Fs. 196 fslo 4, f. 107 e 108; fslo 5, f. 118v) e “lo schifo” della corte (ibidem, Fs. 196 fslo 5, f. 121), oltre ai soliti approvvigionamenti presso il regio fundaco, si evidenzia un acquistio di pece anche presso un particolare. In questo caso, il prezzo pagato di grana 13 al cantaro, risulta inferiore alla “ragione” dei soliti 15 grana pagati al “fundachiero” di Crotone. Il 5.08.1542 si pagano ducati 1.1.10.  a “donno Jo : ant.no dela grotteria de Cotronj per uno Can.ro de pichi consig.ta al monittionero per servitio dele barche” (ibidem, Fs. 196 fslo 4, f. 102 e 108; fslo 5, f. 115).
Verso la fine dell’anno, oltre ai due mastri crotonesi, troviamo all’opera “M.o ber.no dela minuta de taranto” impegnato al calafataggio della “barca nova” per “accordio” con la regia corte (ibidem, Fs. 196 fslo 5, f. 174), mentre continuano gli acquisti di pece presso il regio fundaco e l’approvvigionamento delle solite cose necessarie.
Alla fine di ottobre si compra “stuppa per calafatiyare la barca nova et quella altra adconczata” (ibidem, Fs. 196 fslo 5, f. 4), mentre il 13 novembre Petro Jacomino de Cotroni fornisce “una pelle per fare lo scupulo dela pece” che viene a costare grana 3 (ibidem, Fs. 196 fslo 5, f. 186v) ed il francese Petro Rabassa “uno Caldaro de pece consig.to al monittionero per cuochire la pece per lo bisogno delo barcone et barche” (ibidem, Fs. 196 fslo 5, ff. 6v, 215).
Particolarmente significativi sono gli acquisti di pece effettuati dal “monittionero” nel primi giorni del 1543, quando si provvedono a pagare complessivamente a Loysio Plasmo “delo piczo” nuovo “dohanero della R.ia dohana et func.o de cotroni”, ducati 1.4.15 ½ “per uno barrili de pice piso r.a 40”,  “un altro barrili de pice piso r.a 53”  ed un altro “barrili de pice piso r.a 36” (ibidem, Fs. 196 fslo 5, f. 282v).
Questi acquisti continuano ancora nel mese di aprile di quell’anno (ibidem, Fs. 187 II fslo 3, f. 117), mentre successivamente si interrompono del tutto, in coincidenza con la fine dei lavori di realizzazione delle imbarcazioni della regia corte.
Ritroviamo gli acquisti di pece presso il regio fundaco e, di conseguenza, ritroviamo all’opera i mastri calafati, nel periodo compreso tra i mesi di marzo e maggio del 1546 (ibidem, Fs. 197 fslo 2, f. 88v, 128), in coincidenza con i lavori che riguardarono la messa in opera di una grande “rota” che, su disposizione del barone dela Caya, fu realizzata dai mastri d’ascia per sollevare sopra la cortina l’acqua del pozzo posto “ad piede lo nasu delo spontoni Don Pedro verso la spica” dove quest’acqua, raccolta in una grande “tina”, era poi convogliata attraverso un sistema di condutture alle fosse dove era “minata” la calce.
In questo caso, allo scopo di impermeabilizzare le attrezzature di sollevamento, i recipienti e le condutture,  si segnala ancora il “mastro minico scavello de cotroni” che risulta retribuito alla solita ragione di tari 1 al giorno per “havere Calafatiayato la sayitta dela rota” (ibidem, Fs. 197 fslo 2, f. 92) e per aver prestato la sua opera “ad jmpiculare et calafatiyare la pila de ligname per recoglerse lacq.a dela rota” (ibidem, Fs. 197 fslo 2, f. 126v).
Per quanto riguarda invece, l’uso navale della pece, sul finire dell’anno si segnala l’opera di  “Donno pet.o veneto calafato” che, assieme ai mastri d’ascia, lavorò alla realizzazione di uno “schifo” (ibidem, Fs. 197 fslo 2, f. 201). In tale occasione, il 4.10.1546 si provvedeva a pagare grana 5 a “belloro schoczetta dela mantia per una pignata de Cuochire pichi consignata al detto monittionero” (ibidem, Fs. 197 fslo 2, f. 192) ed il 27 dello stesso mese, all’acquisto della necessaria “pelle montonina” (ibidem, Fs. 197 fslo 2, f. 204).
Nell’ultima parte del 1549, l’opera dei calafati nell’ambito dei lavori della fabbrica, appare riconducibile ad alcuni interventi riguardanti “la barca dela Corte” ed in merito alla tenuta delle condutture usate per convogliare l’acqua “dela rota” nel luoghi dove si fabbricava.
In questa occasione si segnala ancora M.o Minico Scavello de Cotrone “per havere fatig.to Jorni sey ad Calafatare la barca dela Corte” (ibidem, Fs. 197 fslo 8, f. 6v).
Lo stesso, insieme a  “m.o minico romeo de Cotrone” impegnato “jn Calafatiare le sayittj et conduttj dela rota” (ibidem, Fs. 197 fslo 7, f. 43, 65v) ed a  “m.o ber.no de basile de lo citraro”, si ritrova ancora al lavoro nell’agosto del 1550 tra i mastri “che anno calafatato le ret.o scrittj sayitti” (ibidem, Fs. 197 fslo 7, f. 123v).
Anche in occasione di queste ultimi fatti documentati, posti a cavallo tra la seconda metà del 1549 e la prima del 1550, figurano gli acquisti di pece presso il regio fundaco di Crotone, retto prima da “Jo Cola de rosi di Napoli” (ibidem, Fs. 197 fslo 8, f. 1) e poi, da Francesco Cafarello di Siena (ibidem, Fs. 197 fslo 7, f. 122), a cui la pece fu pagata alla solita ragione di grana 15 a cantaro. Anche per quanto riguarda la stoppa non si registrano variazioni, rispetto al solito prezzo di grana 10 a rotolo registrato nel passato.

Nel porto di Crotone

La presenza della pece tra le merci imbarcate o in transito nel porto di Crotone si rileva in alcuni atti notarili della seconda metà del Seicento.
Il 21 Aprile 1655 Gio : And.a Grandone di Genova, padrone della polacca “S. Nazaro Eccelso e S. Chiara bonaventura”, noleggiata da Bernardino Sciascio di Napoli per caricare la pece fornita da Nicolò Casanova nel porto di Crotone, vi giunse il 3 dello stesso mese.
Considerato però che la pece non gli fu consegnata ed “havendo dimorato li otto giorni” che rappresentavano il termine solito “per riceversi il Carico”, e passati altri giorni inutilmente nell’attesa, dopo aver “mandato” per tre volte a Cutro dove si trovava la moglie di Nicolò Casanova per consegnare le lettere di carico, nonché aver sollecitato presso l’Ill.mo Gio : Fran.o Sculco, il Grandone si costituì procedendo legalmente contro il Casanova per essere risarcito dei danni (Arch. di Stato Catanzaro, C. 229, F. 1655, ff. 84-85).
In due atti stipulati in Crotone il 10 febbraio ed il 2 luglio 1674, si riferisce che, il 3 di febbraio del 1674, a causa di “una tempesta di mare di Scirocco et levante che parea abissarli”, era naufragata nel porto di Crotone una “barca” patronizzata da Gio : Battista di Leonardo di Bagnara che aveva caricato 250 “barrili di pece Negra et bianca nella Marina di Crogliano” (ibidem, C.253, F.1674; ff.18-19 e 33-34).
Il primo dicembre 1693 nel porto di Crotone naufragava una tartana carica di pece caricata nella spiaggia di Corigliano (ibidem, C.337, F.1693; ff. 30-31).
In un atto del 12.11.1700 stipulato in Cotrone, alcuni marinai genovesi di Lavagna che costituivano l’equipaggio della tartana “S. Giuseppe” del padrone Angelo Sambiuto, asserivano che il 4 novembre 1699, la loro imbarcazione era stata noleggiata in Napoli dal pubblico negoziante Bartolomeo Giarrella, affinchè si recasse nella marina della Torre dell’Arso detta Calopizzati, per caricare “cantara cinquecento cinquanta di pece, peso di Napoli, per il pieno carico di detta tartana” (Valente G., Marina e Porto di Cotrone nei secoli XVI-XIXpp.102-104).

Diritti ed usurpazioni
Nel corso del Seicento, dietro il progressivo avanzare delle difese, i boschi demaniali usurpati posti in prossimità dei confini di Cotronei e di Policastro, furono gradualmente assimilati al loro territorio, andandone infine a costituire parte integrante alla fine del secolo, mentre così non risulta agli inizi del Cinquecento (Arch. di Stato Napoli, Materia Feudale, Relevi, vol. 346 fascicolo 32, ff. 354-364v).
Per quanto riguarda Policastro ciò comportò che il diritto di erigere forni e di produrre pece dai pini, andò a costituire una delle entrate feudali che, come tale, fu amministrata direttamente dal feudatario o affittata al migliore offerente, anche se ciò fu spesso causa di speculazioni e controversie, come evidenziano alcune notizie seicentesche.
Cio si rileva, per esempio dal bilancio di Policastro dell’anno 1647, quando “Una delle cause di sì grave dissesto fu anche l’insolvenza dei fabbricanti di pece per lo spazio di 44 anni tagliarono pini senza pagare neppure un carlino” (Sisca D., cit., p. 153-155).
Alla metà del secolo, tale situazione di difficoltà determinò da parte del feudatario e di quanti detenevano in affitto le entrate feudali, la ricerca di incamerare tutto il possibile, anche prevaricando diritti altrui.
Come per esempio si cercò di fare in questo periodo a riguardo del tenimento silano di Sanduca che sin dal medioevo, era stato posseduto dall’abbazia di S.ta Maria di Altilia mentre, attualmente, ritroviamo entro i moderni confini comunali di Cotronei.
Nel 1651, infatti,  il baglivo di Policastro Carlo Scandale, sostenendo che il territorio di Sanduca fosse sotto la propria giurisdizione, era intervenuto pretendendo di fidare le mandrie che vi pascolavano senza riconoscere i diritti dell’abbazia (Arch. di Stato Catanzaro, Processo contro Carlo Scandale ed altri di Policastro per Sanduca fatto nel 1651; Processo contro alcuni di Policastro, che pretendevano poter carcerare dentro il territorio di Sanduca, in “Notamento di tutt’i Libri e Carte relativi alla Badia di S.ta Maria di Altilia”, Cassa Sacra-Segreteria Ecclesiastica, Cart. 60, fasc. 1333).
A testimonianza dell’antica appartenenza del tenimento di Sanduca al demanio silano, tra questi diritti vi era anche quello relativo all’affitto dei forni della pece che vi si fossero fabbricati, ed anche più tardi, quando i monaci, ormai, non lo amministravano più direttamente, ma lo concedevano in enfiteusi, essi risultavano ancora mantenere lo “ius picis” (Pesavento A., L’abbazia di Sanduca in Territorio di Cotronei, in La Provincia KR nr. 48-49 2001).
Tale situazione proseguì e si videnzia anche successivamente. Nella relazione del 1686, redatta dall’avvocato Giuseppe Domenico Andreoni Visitatore di Policastro per parte della corte medicea che al tempo la deteneva in feudo, si riferisce che i magnifici Paolo Gatto e Ottavio de Nobili possedevano illegalmente il terreno di “Mala Rotta” “con il jus della pece e forni e il jus della bonatenenza sotto il pretesto che la città di Policastro li avesse ceduti loro quando erano beni demaniali e per alcuni debiti non soddisfatti.” “Questi beni secondo l’Andreoni, dovevano essere compresi nella investitura feudale, anche se occupati da terzi” (Sisca D., cit., p. 167-180).
Sempre al tempo in cui Policastro si trovava concessa in feudo al granduca di Toscana, lo stesso Andreoni rimarcava l’abuso di terzi nei confronti dei diritti del feudatario riguardo la produzione della pece.
Egli faceva notare nella sua relazione che, seppure era stata tollerata “a titolo di mera grazia” una situazione illegale, essendo i vassalli di Policastro “angarari” e “proangarari”, questi erano tenuti alle prestazioni ed alle limitazioni feudali relative al loro status, “di modo che solamente il feudatario può tenere mulini, forni, frantoi e li può vietare agli altri”.  
Non sempre però, il feudatario riusciva ad affittare questa entrata, in relazione al diminuito interesse verso il prodotto.
Secondo il Galasso, verso la fine del secolo XVII la pece era ancora prodotta a Policastro in quantità non rilevanti, ma in varie qualità: pece nera o navale (un migliaio di cantari), pece greca (300 cantari) e 50 cantari di “pece rasa bianca che si mischia con la cera” (Galasso G., Economia e Società nella Calabria del Cinquecento, p. 217, 1992).
Al tempo in cui Policastro passò in feudo al duca di Belcastro abbiamo notizia del tentativo andato a vuoto di affitare i beni feudali relativi alla produzione della pece, quando “un tale Mecherelli, fu mandato per trattare con Giuseppe Capano di Catanzaro la vendita di due forni di pece nera per ducati 90 oltre la tassa di bagliva del Duca di Belcastro, ma il prezzo non fu accettato”.
Secondo il Mecherelli i detti forni con un caccavo di pece bianca si sarebbero potuti esitare a Livorno per calafatare le navi “al prezzo di ducati 3 e 19 soldi al quintale” (Sisca D., cit., p. 167-180).
La descrizione e l’ubicazione di questi beni si evidenzia compiutamente sul finire del Seicento, quando nel relevio dovuto da D. Carlo Caracciolo per la successione del padre (1696), fra i corpi di Policastro è denunciato “un forno di pece nera e un caccavo di pece bianca prodotte in montagna e precisamente in contrada Macinello.”
Secondo il Sisca tale denuncia non si rileverebbe invece in occasione del relevio del 1630 (Sisca D., cit., p. 151 che cita: Spoglio dei Relevi anno1696 fol. 125 e 248) mentre, in questo periodo, il possesso di questa entrata si evidenzia da parte del feudatario di Mesoraca.
In un atto rogato in Mesoraca il 25.5.1634 dal notaro Francesco Biondi, riguardante alcuni chiarimenti relativi all’amministrazione “del stato di Mesoraca” da parte del dottor Gio : Dom.co Migliolo di Mesoraca, relativi ad alcune “pretenzioni” del feudatario, figura una partita di ducati 67 relativa alla pece che era stata consegnata al “torriere di Crocchia” (Arch. di Stato di Catanzaro, C.158, F. 1634, f. 70).
Agli inizi del Settecento (1714), i beni feudali  costituiti da “un territorio in quel di Policastro, tenimento detto Macinello, appunto per impiantarvi un forno di pece”, risultavano affittati al Sig. Nicola Cattaneo di Napoli da parte di Gio: Battista Filomarino Principe della Rocca (Valente G., La Sila dalla Transazione alla Riforma 1687-1950, p. 216 n. 305).
Nel 1877 “Macinello” risulta tra i fondi appartenenti al demanio comunale di Policastro che si fittano (Sisca D., cit., p. 336).

Santa Maria di Altilia
Nel corso del Settecento, l’abbazia di S.ta Maria di Altilia fu ricorrentemente impegnata in liti e processi che riguardarono le pinete silane appartenenti ai suoi possedimenti .
Nel “Notamento di tutt’i Libri e Carte relativi alla Badia di S.ta Maria di Altilia o sia Monistero dè P.P. Cisterciensi che si rimettono a S.E.R.ma addi 29. Maggio 1788”, ritroviamo elencati al n. 14 il “Processo d’incisione d’alberi fatto nel 1725”, al n. 9 il “Processo contro l’Archidiacono Mascaro per l’incisione de’ Pini fatto nel 1733”, al n. 33 la “Fede di danno delli pini in trepidò Soprano 1751”, mentre al n.12 risulta il “Processus contra Joseph Secreto et alios piciarios pro abstractione Lignaminum Loco dicto La Caprarella pro fabricationes picis nigrae 1709”, che si riferisce ad un episodio ricordato anche al n. 20 di questo elenco: “Processo contro alcuni che aveano brugiati Pini nella Caprarella fatta n. 1709”. Un episodio che interessò parte del territorio dell’abbazia confinante con quello regio.
In tale occasione Giuseppe Secreti che deteneva in fitto un forno di pece nella Regia Sila, era entrato in conflitto con l’abbaza di Altilia e con un certo Luca Peluso che, a sua volta, deteneva in fitto un forno di pece posto nel luogo detto “Caprarella” appartenente al territorio dell’abbazia di Altilia, e confinante con quello affittato dal Secreti.
Quest’ultimo con la scusa della difficoltà di distinguere i confini, aveva fatto tagliare legname dai suoi “piciarios” all’interno del territorio dell’abbazia e, per tale motivo, era stato scomunicato assieme a tutti i suoi lavoranti.
Il Secreti ed i suoi piciari erano stati cosi costretti a rivolgersi alla “Sac.a Cong.nis Jmmunitatis” in Roma ed ad implorare il perdono dell’abbate.
Il giorno della vigilia di Natale del 1710, “in Monasterio Florensi”, Giuseppe Secreti ed i suoi lavoranti, separatamente, presentavano all’abbate D. Federicus de Federicis, “Subdelegatum Apostolicum jn Monast.o S. Mariae de Altilia”, due diverse istanze.
Questi, visti gli atti del processo, le istanze ricevute, l’intervento della Sacra Congregazione, nonché la “notoria paupertate, et ignorantia” dei poveri piciari idioti, li assolveva dalla scomunica nella quale erano incorsi mentre, sentenziando contro Giuseppe Secreto, considerato quale principale colpevole, gli concedeva il termine di due mesi per produrre prove e documenti legittimi in sua difesa.
Riportiamo le parti salienti delle menzionate istanze, a cominciare da quella presentata da Giuseppe Secreti.
(…) “come sin dall’anno passato fù dichiarato sco(municato dal’) Abb.e d’Altilia sotto pretesto d’avere allignato nel T(er)rit.o di … di pece, ed havere carcerato due somarri del forno di Pece sito in d.o T(er)rit.o Abbadiale; e come che mai hà preteso il Comparente apportar danno à d.a (Abb.a) benche apparesse l’informaz.ne contro d’esso, nondimeno per non sapersi b(en) distinguere li fini, viene quella à claudicare; nondimeno per far cono(sce)re à d.o R(evere)nd.o P(ad)re Abb.e la sua innocenza fà istanza che in virtù della facoltà ottenuta dà Roma sia assoluto per due mesi con Reincidenza per godere il benef.to della Chiesa in q.te Sante Festi, ed acciò frà d.o Termine potesse far costare la Verità, quando mai lui hà ecceduto li Termini di d.o Abb.le T(er)rit.o, conforme si vede ocularm.te etiam in q.a ultima renovaz.ne di fini fatta in q.o mese di X.mbre per ord.e della Reg.a Cam.a e cosi dice, e fà ist.a offerendosi pronto à q.to farà di giustizia” (…)
(…) “Antonino Secreto, Dom.co, e Nunziato Tangaro, Pietro Gio : la Manna, … Jaquinta, Fiorito Meluso, Fran.co Candelise, e conpagni espressi nella pa… della Sac. Cong.ne dell’Immunità, e dicono come sin dal mese d’Agosto del passato anno 1709 dal R(eve)r(e)nd.o P. Abb.e d’Altilia come deleg.to Apostolico furono dichiarati Scom.ti (benche nulliter ed r.a) per havere dannificato la d.a Abb.a, quando mai è passato alli comparenti per penziero apportarvi danno veruno, né meno da(lli) med.mi si sapevano li fini di quella, ne nel processo informativo costa cosa veruna contro di quelli, ma solam.te contro Giuseppe Secreti Partitaro del forno di pece confine à d.o T(er)rit.o, ne mai essi son entrati à far deda in quello, e per poco tempo vi stettero per le liti insorte trà d.o Giuseppe Secreti Partitaro di pece nella Reg.a Sila, e Luca Peluso partitaro di pece in d.o T(er)rit.o del sud.o Monastero; che se li Comparenti fussero stati Citati dal principio haverebbero desistito, come fecero dopo d.e liti; onde benche in loro Conscentia siano liberi dà tal pena, e Cenzura, nondimeno à mag.re Cautela, e per levarsi il Scandalo in far fari havendo ottenuta la sud.a facoltà dà Roma, come persone Jdiote, povere, ed ignoranti supp.no V. P. R.ma, e fanno ist.a d’esser assoluti  per reintegrarsi al gremio di S. Chiesa, offerendosi pronti à q.to le sarà imposto” (…) (Arch. di Stato Catanzaro, Cassa Sacra-Segreteria Ecclesiastica, cart. 60, fasc. 1333).

La Mensa Arcivescovile
Dopo essere stati assimilati al territorio di Policastro, ed essere stati quindi sottoposti ai diritti feudali, i boschi ricadenti nelle difese silane costituirono un’area sulla quale si estesero anche i diritti arcivescovili che il presule di Santa Severina poteva vantare su tutto il territorio della sua diocesi.
Questi rivendicherà tali diritti facendoli discendere da un tempo immemorabile, anche se essi riguardavano quella parte del territorio silano sottratto al regio demanio con la creazione delle “Difese”.
Attraverso alcune testimonianze prodotte alla metà del Settecento dai rappresentanti e dagli abitanti di Policastro, siamo a conoscenza del fatto che l’arcivescovo di Santa Severina, “da tempo immemorabile”, accanto al diritto di esigere la decima delle mandrie di pecore dei forestieri che pascolavano nelle difese silane appartenenti al territorio di Policastro, possedeva anche il diritto di esigere negli stessi territori il “jus” della pece da parte di quanti vi avessero eretto dei forni.
Il 24 marzo 1748, i componenti del “Reggim.o” di Policastro: Pier Antonio Ferrari sindaco dei nobili, Vitaliano Venturi eletto dei nobili, Jo : Domenico Bona sindaco del popolo, e Jo : Francescantonio de Martino, attestavano pubblicamente con giuramento attraverso l’atto del notaro Antonio Fanele che, sempre da tempo immemorabile, la Mensa Arcivescovile di Santa Severina possedeva il “jus delle decime sopra le Difese di Pollitrea, Caprara, Caprarella, Brunara, Bonanotte, Bonanottello, Cervunello, Rinusi, Tassito, ed altre dal vallone del Tassito in giù che van comprese nel Territorio e, giurisdizione” di Policastro, quando questi territori erano pascolati dalle pecore di padroni forestieri.
La mensa non possedeva questo diritto quando i medesimi erano pascolati dai cittadini, ma vantava su gli stessi terreni “il jus di forni di pece” consistente in carlini 30 per ciascun forno “quando vi si fabricano”. In caso di mancato pagamento, la Mensa esercitava la “propria authoritate” attraverso i “Cursorj e Diaconi Selvaggi”, che intervenivano carcerando le pecore dei pastori e le cavalcature dei “peciari” contravventori.
Il giorno precedente avevano già testimoniato in questo senso alcuni abitanti di Policastro, scelti tra coloro che in passato, più volte, su disposizione del Vicario Generale o dal Vicario Foraneo, avevano riscosso i diritti della Mensa Arcivescovile di Santa Severina in questo territorio.
Il 23 marzo 1748, Gianangelo Carvello d’anni 55, Giovanne Tuscano d’anni 60, Santo Carvello di anni 50, And.a Pipino d’anni 55, Dom.co Migale d’anni 45, Tomaso Ierardo d’anni 37, Giambattista Pisano d’anni 30, Matteo Scalese d’anni 67, And.a Giordano d’anni 55, Giuseppe Caccuri d’anni 66, Antonino Naturile di anni 33, mag.co Nicola Scandale d’anni 65, Antonino Cancello d’anni d’anni 55 ed Ignazio Portiglia d’anni 57, tutti di Policastro, testimoniarono relativamente al diritto posseduto dalla Mensa Arcivescovile.
La stessa testimonianza fu reiterata il 21 gennaio 1749 quando, i componenti del “Reggim.to” di Policastro: Antonio Tronca sindaco dei nobili, Vitaliano Venturi eletto dei nobili, Gregorio Rosa eletto dei nobili e Domenico Bona sindaco del popolo, attestarono pubblicamente con giuramento attraverso l’atto del notaro Antonio Fanele, il diritto posseduto della Mensa Arcivescovile di Santa Severina (Arch. Arc. S.ta Sev., cart. 24B, fasc. 1).

Le foto, dall'alto verso il basso:

-Una condotta attraversa la Sila agli inizi del Novecento.

-Mastri impegnati nei lavori di calafataggio di una cocca raffigurati in una miniatura francese (sec. XV).

-Pino inciso a lisca di pesce per la raccolta della trementina.

-Pino inciso a lisca di pesce per la raccolta della trementina. Particolare.

-Alcuni strumenti di lavoro usati dai Piciari.


 

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