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"Omnia sunt communia"

COTRONEInforma n.123


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Nei “Baulli” di Horatio Sersale

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Il 26 aprile 1634 in Cotronei, alla presenza del notaio Gio : Battista Guidacciro di Policastro, del giudice Paulo Maurello di Policastro e di alcuni testi di Cotronei e Pietrafitta, si costituiva il Sig.r capitano Fran.co Valasco, procuratore generale dell’Ill.mo Signor Marchese di Sangiuliano, balio e tutore del Sig.r D. Horatio Sersale Conte della città di Belcastro, Barone “delli Cotronei”, Carfizzi, Sellia e Zagarise.
Dall’altra parte si costituiva il Signor Angilo Mollo della città di Cosenza che nei confronti del Sersale, vantava un credito relativo all’annuo censo di ducati 144, per il prestito di un capitale di ducati 1600 alla ragione del 9 %. In merito a ciò, con lettera spedita da Napoli il 14 febbraio1634, il Marchese aveva ordinato al capitano Valasco, di pagare ad Angilo Mollo ducati 500, consegnandogli alcuni beni mobili che si trovavano in “los Cotroneos”, nel “palazzo baronale nelle Camare dove si Conservano li mobili del Signor donno Horatio”, provvedendo attraverso Salvatore Virga e Gio : And.a Grastello che detenevano le chiavi delle dette camere e dei “baulli”.

La produzione di Pece e Deda nei boschi di Policastro

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Il bosco fu per secoli la fonte primaria per la vita delle popolazioni medievali. Anche quando l’espansione delle colture - principalmente la cerealicoltura -  raggiunse in pianura un certo sviluppo rispetto alle epoche più antiche, i boschi continuarono a costituire un elemento fondamentale del territorio, offrendo una miriade di prodotti e di opportunità indispensabili all’uomo medievale.
Tra le numerose attività svolte dall’uomo nei boschi della Sila durante il medioevo, una notevole importanza ebbe quella dei “piciari”: gli uomini impegnati alla produzione della pece nelle pinete primigenie che ricoprivano l’altopiano silano.
L’importanza dei boschi e della pece silani sono evidenziate da Dionigi di Alicarnasso (20, 15, 5-6), da Plinio (Naturalis Historia, III), da Cicerone (Brutus, XXII, 85-88) e da Strabone (VI, 1, 9) il quale, in riferimento al territorio dei Bruzi, afferma che qui si trovava “quella foresta che chiamano Sila (Σίλαν), che produce la pece migliore che si conosca, detta pece brettia (πίτταν Βρεττίαν)”.

Il mito del fuoco

L’antichità e l’importanza di questa produzione, oltre ad essere evidenziate dagli storici dell’epoca romana, sono sottolineate dal panorama mitico che, con il sopraggiungere del Cristianesimo, accompagnò il lavoro degli uomini addetti ai forni della pece, come evidenzia la leggenda dei “Trium Puerorum”, i tre fanciulli ebrei scampati al fuoco della loro fornace grazie all’intervento salvifico di Dio.
Sotto il titolo dei “Tre Fanciulli” sono ricordati ben due antichi monasteri greci posti alle pendici dell’altipiano silano che in seguito, agli inizi del secolo XIII, passeranno entrambi all’ordine Florense. Il primo, in territorio di Barbaro e diocesi di Catanzaro, che passò alle dipendenze del monastero di “S. Maria di Acquaviva o Monacaria” in territorio di Zagarise e l’altro, in territorio di Caccuri che diverrà il monastero di S. Maria “Nuova” (Russo F., Storia della Chiesa in Calabria, II p. 415-416).
Tale riferimento mitico sottolinea con quale animo i lavoratori della pece si rapportassero al fuoco, principale strumento del loro lavoro ma, allo stesso tempo, temibilissimo pericolo.

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